CAMPI DI POLVERE. L'AQUILA 06.04.09

Realizzato da cinque fotografi fermani - Noris Cocci, Gianfranco Mancini, Emanuele Zoppo Martellini, Marco Matteucci e Dante Pangrazi - il libro “Campi di polvere. L'Aquila 06.04.09” è nato per sostenere l’associazione TendAmica, creata dagli abitanti del Progetto C.A.S.E. della frazione di Bazzano dopo il terremoto del 6 aprile 2009.

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CAMPI DI POLVERE. L'AQUILA 06.04.09

Con questo progetto si è contribuito al sostegno dell’Associazione TendAmica Cittadini di Bazzano che si occupa di aggregazione sociale delle popolazioni terremotate de L’Aquila. Reportage fotografico di: Noris Cocci, Gianfranco Mancini, Emanuele Zoppo Martellini, Marco Matteucci, Dante Pangrazi.

CAMPI DI POLVERE. L'AQUILA 06.04.09

L’Aquila non si dimentica. L’Aquila è ferita aperta: duole. Fa male al cuore, agli aquilani, con una casa sì ma senza il punto di ritrovo, di incontro – sociale e della polis – costituito dal centro e Fa male alla vita nella sua complessità di lavoro e di tempo da dedicare a sé e agli altri. Fa male ai suoi spazi, non più tali, di aggregazione e di scambio di vita. Fa male alla cultura, alla memoria.
L’Aquila è lo scandalo di un non intervento politico e governativo che la faccia rivivere nelle vie e nelle piazze tutte, nelle sue bellezze, nelle sue particolarità.
L’Aquila è lì: nelle facciate dei palazzi di transenne, nelle abitazioni crepate o crollate, nei negozi (a parte alcuni) chiusi, nelle chiese e nei monumenti inagibili.
L’Aquila è viva in tutti noi. Quei suoi campi di polvere, occasionati dal terremoto del 6 aprile 2009, non sfuggono al ricordo e, quindi, al desiderio di rimuoverli perché L’Aquila, Onna e altre frazioni vivano di nuovo. (E si leggano le testimonianze scritte di Stefania Pezzodipane e Giuseppe Buondonno, amministratori; di Marco Valentini, Pierluigi Lo marco, Stefano Squarcia, Claudio Cinque, scrittori a vario titolo). Ecco. Il libro "Campi di polvere", vari gli autori delle fotografie, testimonia tragedia, ricordo e desiderio, attraverso immagini ricche di pathos, un pathos partecipato sia dalle immagini di edifici, di macerie, sia dai volti di aquilani davanti al loro “non c’è più nulla”, al silenzio impaurito che segue sempre la “deflagrazione” e il dramma della perdita. E se è vero che gli aquilani non hanno perso coraggio, dismesso la loro fattività in ogni campo (cosa non facile, stanti i danni e le chiusure obbligate e occorse a molte attività economiche e di lavoro nelle botteghe, nei negozi, negli uffici, nei piccoli commerci giornalieri a copertura dell’esistenza e a sostegno della vita propria e dei propri cari); se è vero che scuole, università, ospedale, uffici pubblici, quelli privati fin dove è stato possibile hanno ripreso il loro corso; se gli abruzzesi hanno stretto i denti e rialzato il capo per non morire di disperazione dietro i propri morti e le scomparse; se la popolazione ha unito energie e forze; se tutto ciò è vero, è pur vero che Onna e altri centri e L’Aquila, il suo splendido centro storico (che ha affascinato poeti e scrittori-viaggiatori, di professione o di intento, andati in tempi anche lontani alla scoperta di una Italia oltre le metropoli) sono inabitati, in-girabili, serrati ad ogni passo e ad ogni possibilità di fiato.
Allora che un libro come "Campi di polvere. L’Aquila 06.04.09" sia di sprone, un campanello (recente, e non unico) per chi deve progettare il recupero, stanziare fondi per la ricostruzione, mettersi al lavoro. Ma da subito: governo e governanti. Glielo chiedono L’Aquila, le sue frazioni, e gli abitanti. Glielo chiede il nostro Paese, il mondo oltre l’Italia. E tutti quelli che sanno il valore storico del passato, delle radici artistiche per dare corpo al presente, al futuro.